A don Salvatore di Donatella

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A Don Salvatore

 

Che non fosse un giorno come tanti l’ho avvertito nel cuore appena sveglia. Era sabato 4 ottobre 2008, festa di San Francesco d’Assisi; intorno alle 9.30, passando davanti alla Curia, ho pensato di fermarmi per salutarti. Pochi minuti di attesa, “per renderti presentabile”, come solevi dire, e ritrovarci a quattr’occhi: tu, attaccato ad una macchina che ti aiutava a respirare, con i tuoi uccellini sempre vicini, ed io con tante cose da dirti, senza sapere da dove cominciare. Mi hai chiesto dei bambini, di Francesco, poi, di colpo, mi hai detto “Parlami di te, del tuo viaggio a Medjugorje”. Mi sentivo un fiume in piena: non sarebbero bastate ore ed ore per dirti tutto quello che avevo nel cuore. Ho detto poche parole, poi, tutto d’un tratto, ho aggiunto “Ci sono tante cose che non comprendo, ma ho fiducia totale nel Padre, confido solo in Lui”. Mi hai interrotto con un sorriso, dicendomi “Adesso puoi andare, ormai sai tutto”. Mi sono alzata con tristezza, avrei voluto dirti tant’altro, ti ho baciato, ho pensato che fossi stanco, ma, mentre uscivo dalla stanza, avevo la sensazione netta che mi stessi dicendo “Addio”. E così è stato: quelle sono state le nostre ultime parole. Ti ho rivisto venerdi 17 ottobre: immobile, senza conoscenza, attaccato ad una macchina e, soprattutto, con gli occhi chiusi; quegli occhi che dicevano tutto di te. Sono stata con te quasi un’ora: non eravamo soli, c’erano i tuoi collaboratori, le persone di sempre, eppure io mi sentivo tanto sola, lì in piedi, davanti al tuo letto, mentre innanzi agli occhi mi scorrevano tante immagini di momenti vissuti insieme. Ti ho rivisto salire sulla mula bianca il giorno del tuo ingresso nella città di Ferentino e mi pareva di sentire la tua voce che chiamava Chiara, “la mia principessa” e che recitava il Padre Nostro, facendo girotondo con i bambini. E poi, lavorare insieme per la realizzazione del nuovo portale della Curia e per la sistemazione della sala conferenze. Eri un vulcano di idee, mi chiamavi “il mio architetto preferito”, perché, dicevi, “un ingegnere è troppo maschile e tu non lo sei”; eppure il vero architetto sei stato tu, che, in ogni particolare, hai studiato e preparato la tua partenza da noi. Ricordo ancora una piovosa sera di dicembre 2007, quando mi chiedesti di venire in Curia, intorno alle 21.00, per appendere i quadri nella sala conferenze. Lavorammo fino a mezzanotte circa ed i tuoi occhi brillavano mentre posizionavamo Gesù e Maria sulla pedana, quella stessa pedana che ha sorretto il tuo corpo esanime e dinanzi a cui hanno sfilato tutti, per darti l’ultimo saluto. Ricordo anche la tua gioia mentre montavano il nuovo portale della Curia: lo sentivi un po’ come un tuo figlio; avevamo disegnato insieme quelle vetrate, che ti sei lasciato alle spalle, e che raffigurano simboli a te tanto cari. E poi, leggere il tuo testamento spirituale e capire il senso delle ultime parole che mi avevi rivolto “…ormai sai tutto”: l’abbandono fiducioso nelle braccia del Padre.

Grazie, Don Salvatore, per tutto quello che mi hai donato ed insegnato, con le parole e, soprattutto, con i silenzi; grazie, perché mi hai insegnato ad affrontare le sofferenze della vita con coraggio, vivendo il dolore con dignità ed offrendolo al Padre; grazie perché ogni giorno, sempre più, ti sento vivo accanto a me e constato i frutti del tuo amore.

Ti voglio tanto bene, Donatella