17 Maggio 2010
“Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio; considerando attentamente l'esito del loro tenore di vita, imitatene la fede. Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre!” (Eb. 13,7-8)
Assolvo ad un debito di riconoscenza, contratto inconsapevolmente con la provvidente bontà di Dio nel ricordare ad un anno dalla sua nascita al cielo, la figura e l’opera di Don Salvatore Boccaccio, indimenticabile vescovo di Frosinone- Veroli – Ferentino di cui sono stato per anni segretario, amico e collaboratore e con il quale ho condiviso il sogno di una Chiesa bella che con lo sguardo fisso su Gesù, attenta ai piccoli e ai poveri, sapesse vivere il primato del Vangelo e impegnarsi in una autentica promozione umana.
Senza tema di smentita, sento di poter affermare che don Salvatore è stata una delle figure più belle e incisive dell’episcopato italiano dell’ultimo ventennio. Lo testimoniano la grande stima dei confratelli vescovi che per più mandati lo vollero Presidente della Commissione per lo Sport Turismo e tempo libero e membro del Consiglio permanente della C.E.I. e lo attesta la fiducia del servo di Dio il papa Giovanni Paolo II e di S.S. Benedetto XVI che lo vollero membro della Congregazione per le cause dei Santi e del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti.
Posta questa premessa, è chiaro che non è possibile racchiuderne la titanica figura nell’avaro spazio di qualche riga. Se mi è lecito il paragone, la vita di questo grande vescovo e padre si presenta dinanzi a noi come un meraviglioso affresco, denso di sfumature cromatiche e di particolari armonicamente distribuiti. Io mi limiterò qui a tracciare timidamente i punti di una sinopia.
La sua spiritualità: “In manus tuas…Grazie Papà”
Non è possibile scrutare fino in fondo i segreti di un’anima, compenetrarne l’intimo rapporto con Dio, tradurre in parole la manifestazione apofadica dello Spirito che la rende unica con i suoi doni e carismi.
Quanto segue vuole perciò, essere solamente lo sforzo di un “rivelare” pudicamente alcuni tratti della spiritualità del vescovo Salvatore.
Il Direttorio pastorale per i Vescovi “Pastores Gregis”, precisa che il cammino di santità del Vescovo non prescinde nella carità pastorale e pertanto parlare della spiritualità del vescovo Salvatore significa concretamente scavare le radici profonde del suo magistero e del suo ministero. Mi pare poter riassumere in due direttrici questo suo modo di essere, ambedue espresse nel suo stemma episcopale: il totale abbandono al progetto di Dio compreso e amato nella sua “paternitas” (intesa nella sua accezione più ampia), e il primato del Vangelo su ogni scelta. “Dio è mio Padre e per me fa meraviglie, ed io mi fido di lui. Voglio pertanto credere che ogni cosa che mi accade, bella o brutta che possa apparirmi è un gesto squisito del suo amore: e gli dico Graziè Papà”. Negli anni abbiamo imparato dal vescovo, quanto questo suo programma di vita, più volte confidatoci nei suoi scritti e nelle sue omelie, sia stato integralmente vissuto e proposto. La logica dell’in manus tuas ( motto episcopale) ha informato l’agire di don Salvatore di un dinamismo dialettico in cui l’impegno pastorale è stato profuso con generosità estrema come se tutto dipendesse dall’uomo ma, allo stesso tempo, nella totale coscienza che Dio conduce la Storia e che, alla fine, il nostro è solo un cooperare ad una realtà già inevitabilmente avviata verso il suo compimento escatologico. In questa prospettiva l’impegno di don Salvatore ha spaziato ben oltre il campo di una pastorale tradizionale allargandosi agli ambiti legati alla promozione integrale dell’uomo. La sua preoccupazione per i piccoli e i poveri, per i disoccupati, e i carcerati e per quanti vivono nel disagio e nella devianza, può riassumersi nel verbo inglese, più volte citato da don Don Milani, “I care” (mi interessa, mi riguarda), e questo perché – e cito una espressione di don Salvatore - “Dio ti ama e ha mandato me per fartelo sapere!”. L’esperienza di essere “figlio” ha pertanto suscitato nel vescovo Salvatore, quella paternità che ha caratterizzato ogni suo rapporto. Un atteggiamento questo, mai mieloso ed accomodante ma esigente e non rassegnato.
Seconda caratteristica della spiritualità del vescovo Boccaccio è il primato assoluto attribuito alla Parola di Dio, e in particolare al Vangelo. “Primo: il Vangelo” recita la scritta sul libro aperto che compare nel suo stemma.
Il Vangelo crea fraternità, rompe la contraddizione, l’equivoco e la distanza tra l’uomo pieno di aspirazioni e l’umanità che accoglie Dio in Gesù Cristo. Più che esigenza, il Vangelo è offerta gioiosa, di invio, di itineranza per incontrarsi con tutti gli uomini del mondo e parlare loro di pace. E’ questa una chiave interpretativa essenziale per comprendere don Salvatore: Il Vangelo per un Cristiano, e ancor più per un pastore della Chiesa, non può essere un testo di pie edificazioni o di esortazioni morali, ma deve essere una regola di vita con la quale confrontarsi quotidianamente.
La familiarità con un Dio – papà e la convinta docibilitas alla sua volontà e alla sua Parola, hanno fatto di don Salvatore un innamorato del Mistero che si compiva in lui e attraverso di lui. Nel suo testamento spirituale dettato a Chiara Amirante[1], appena appreso che l’ora dell’incontro con il Signore era ormai imminente ebbe a concludere con un tenerissimo atto di amore “…dì a tutti che io L’ho sempre amato !”. Faceva bene all’anima spiarlo in cappella con lo sguardo fisso sul tabernacolo o, durante la consacrazione eucaristica, amorevolmente perso nel mistero che celebrava.
Tenerissima la devozione di don Salvatore per Maria che considerava il modello da imitare e la mamma di cui avere fiducia. Sin da bambino si è addormentato stringendo tra le mani la corona del S. Rosario, corona che tante volte scorreva tra le dita durante le tante notti insonni per le preoccupazioni o per la malattia.
Convinto che quanto più un Vescovo è padre e pastore secondo il cuore di Cristo, tanto più è uomo di Dio, don Salvatore si è sforzato di santificarsi santificando, lasciandosi trasportare da una carità pastorale esemplare sotto ogni aspetto. Ricordo un passaggio di una sua omelia “…Dio ci chiede conto non solo della sorte del nostro fratello innocente, dei tanti Abele vittime del sopruso e della violenza ma anche del nostro fratello peccatore, dei tanti Caino che non abbiamo saputo conquistare al bene con l’amore e la testimonianza cristiana…Oggi la voce di Dio ci domanda: dov’è tuo fratello Caino ?”
Faceva piaga nel suo cuore di uomo e di prete la consapevolezza spirituale dei troppi Caino fuggiti davanti al volto di Dio per l’indifferenza di troppi pseudogiusti. Questa sua sensibilità lo portò ad attingere con abbondanza ad alcuni carismi spirituali incontrati[2]. Cito, primo fra tutti il carisma del Movimento Pro Sanctitate fondato dal S.d.D. Mons. Guglielmo Giaquinta, nel suo seno affascinato dalla spiritualità del Cenacolo, fu tra i primi sacerdoti a professare tra gli “Apostolici Sodales”[3]. Aveva fatto proprio anche il carisma della comunità Nuovi Orizzonti, che aveva cooperato a discernere stando discretamente accanto, sin dagli inizi, alla fondatrice Chiara Amirante. Si considerava con molta umiltà ma anche con pizzico di soddisfazione, il papà del movimento spirituale scaturito da questo carisma e fino alla morte è stato l’assistente spirituale generale della Comunità. Si sentiva poi particolarmente vicino alla spiritualità del Movimento dei focolari.
E’ doveroso precisare che la poliedrica spiritualità di don Salvatore, affondava le sue radici in una humanitas sanguigna e in un carattere particolarmente forte. In altri termini, essa era il frutto di una diuturna vigilanza e di una costante conversione. Si comprende così come Don Salvatore è vissuto nella consapevolezza della perfettibilità costante di se stesso e degli altri. Nel percorso personale non è mai venuto meno ad un ferreo cammino di ascesi che lo portava ad essere severo con se stesso e gli dava l’umiltà di saper riconoscere i propri limiti umani e di chiederne venia.
Dall’altro versante, La consapevolezza della fragilità umana, ma anche la grande fiducia nella forza della Grazia e della volontà di trascendersi, è stata matrice in don Salvatore di quella compassione materna[4] che lo portava a giustificare, a comprendere e perdonare.
Don Salvatore Boccaccio è stato un uomo non prefabbricato, umanamente concreto. Lo sforzo di essere nelle mani di Dio, il primato del Vangelo, l’esperienza dell’uomo hanno così cooperato a creare quella personalità affascinante che traspariva in ogni suo gesto…in ogni sua parola.
Il segreto di tutto questo sta in quanto egli stesso ha dettato nel suo testamento spirituale riferendosi a Gesù: “io l’ho sempre amato !”
La sua pastorale: “Dio ti ama e ha mandato me per fartelo sapere”
Don Salvatore è stato un pastore profondamente incarnato nel tempo e nell’ambiente in cui era chiamato ad agire. Formato prima del Concilio, aveva saputo “aggiornare” il suo bagaglio esperienziale fino a configurarsi come uno degli artefici più attivi della pastorale postconciliare nella Diocesi di Roma[5]. Aveva intuito che la prima evangelizzazione sta nell’essere accanto alla gente, con l’umiltà di un fratello ma con la consapevolezza di essere portatore di un messaggio di salvezza da proporre integralmente senza facili sconti . Con questa consapevolezza aveva fatto suo il programma di S. Paolo: farsi “tutto a tutti per salvare ad ogni costo qualcuno”(ICor 9,22) senza dimenticare il dovere di annunciare con forza la “Parola” in ogni occasione opportuna e non opportuna” (Cfr. II Tm 4,29).
Da vicario parrocchiale e da parroco, ma soprattutto da vescovo, don Salvatore è stato uno “che sta accanto”, un pastore che, senza rinunciare al ruolo di guida, cammina in mezzo al gregge, spostandosi a seconda delle necessità davanti o dietro. Lo abbiamo visto giocare con i bambini, scherzare con i giovani, manifestare insieme agli operai, accorrere sollecito e discreto a portare aiuto economico o sostegno morale a famiglie in difficoltà. La sua casa è stata sempre aperta, il suo cellulare sempre acceso…il suo portamonete quasi sempre vuoto.
L’affabilità del carattere e la facilità di relazioni umane avevano fatto di Don Salvatore un ottimista, anche nel suo modo di essere pastore. fiducioso che la pecora smarrita potesse essere ritrovata e ricondotta all’ovile, non si è mai stancato di costruire strade di salvezza e di riconciliazione e di trasformare i conflitti e le difficoltà in occasioni di crescita e di dialogo.
Il concetto “positivo” circa la creatura uomo e circa sue potenzialità, non ha generato in don Salvatore una banalizzazione dei contenuti teologici fondamentali. Riteneva come un rischio reale quello di tentare di risolvere il fatto salvifico in una serie di valori buoni e validi.
Sapeva bene infatti, che laddove non si giunga ad una integrale conversione a Cristo e al Vangelo, Il Cristianesimo si riduce ad una pura azione filantropica e culturale e il messaggio del Vangelo ad un idilliaco impegno a costruire intorno a se Peace and Love. Don Salvatore, non ha avuto timore di “sporcarsi” le mani per la promozione umana in ogni campo ma non ha mai dimenticato di essere un uomo di vangelo, un apostolo inviato a testimoniare, annunciare, celebrare le ineffabili ricchezze che scaturiscono dal cuore innamorato e innamorante di in Dio che è papà
Nel nostro contemporaneo dove il futuro fa paura e l’uomo ha smarrito il senso dell’orientamento, il vescovo Salvatore, convinto del primato del Vangelo, ha voluto essere un seminatore di Speranza, un segno e richiamo di una realtà che occhi non vedono e mani non toccano, ma di cui l’umanità ha bisogno per continuare a vivere con speranza.
Quasi come un paradigma su cui coniugare tutto il suo ministero pastorale amava ripetere “Dio ti ama e ha mandato me per fartelo sapere”.
Destinatari di questa “buona notizia” sono stati per don Salvatore, tutti gli uomini incontrati ma in maniera tutta particolare i piccoli e i poveri. In questa ottica la sua opzione pastorale si rivela come bivalente: da una parte l’attenzione per i bisognosi, i senza dignità, gli emarginati…i “diversi”, dall’altra lo sforzo di trasformare i benpensanti, gli onesti…i sedicenti “buoni”in quei “poveri in Spirito” a cui appartiene il Regno. Scriveva in un suo intervento “…L'evangelizzazione del piccolo e del povero è l'evangelízzazíone dell'uomo, dell'uomo al quale deve esser fatta presente la verità di fronte a Dio, la sua verità di fronte alla storia, davanti alla realtà tutta per cui o si converte o non entra nel Regno di Dio, foss'anche diventato ricco, potente, signore del mondo… il vangelo dei piccoli e dei poveri è il campo di battaglia dove Dio e il diavolo si contendono il nostro cuore “ [6]
Cosciente di essere ministerialmente e teologicamente, il primo evangelizzatore della Diocesi, don Salvatore si fece promotore e attore, di una seria azione di evangelizzazione e preevangelizzazione. Considerava la diocesi come un edificio in costruzione, un cantiere dove nessuno poteva considerarsi disoccupato o in cassa integrazione. Come segno di questa convinzione, il 16 settembre 2001, volle ricevere a Frosinone il Papa Giovanni Paolo II davanti al cantiere della costruendo Parrocchia di S. Paolo. Volle perciò accompagnare il laicato a riscoprire, o meglio a scoprire, il ruolo di corresponsabilità ecclesiale[7], evidenziando potenzialità e mettendo in moto energie troppo a lungo sopite. Ha sognato una Chiesa locale che, “pars in toto” della Cattolicità fosse “casa e scuola di comunione che con lo sguardo fisso su Gesù, suo pastore e maestro, si mettesse a concreto servizio dell’uomo e del territorio.
Per favorire questo, con certosina pazienza volle creare, coltivare e dilatare quotidianamente gli spazi della comunione nei suoi rapporti con il Presbiterio, con i Consacrati e con l’intero popolo di Dio. Vedeva il vescovo come un uomo “ in ginocchio davanti a Dio e davanti al fratello, per capire che cosa questo gruppo, questa associazione, questo movimento, questo malato, questo fratello... hanno, affinchè le possa far crescere e servire. E' assurdo pensare che una diocesi vada avanti perché io, a tavolino, faccio dei progetti”[8].
Gli studi in sociologia religiosa, ma soprattutto la sedimentata familiarità con la pastorale attiva lo avevano convinto che è meglio percorrere insieme tre passi che correre da solo un Km. È per questo che ogni indicazione pastorale, ogni progetto, ogni iniziativa erano il risultato di un coinvolgimento corale di tutte le componenti ecclesiali.
Avendo come unico fine la gloria di Dio e la salvezza delle anime, Il Vescovo Salvatore ha impostato la sua azione con il cuore del servo umile e del pastore affettuoso, senza cercare il plauso e la pubblicità. La gente di tutte le estrazioni sociali e di tutte le età, lo ha compreso e lo ha seguito perchè lo ha sentito vicino e spontaneo...un papà affettuoso e autorevole che ha fatto conoscere e sperimentare la tenerezza del Papà che sta nei cieli.
Don Salvatore come lo ricordo io
Avevo sentito parlare con entusiasmo del giovane vescovo Salvatore Boccaccio, ausiliare di Roma da un mio compagno di Seminario che essendo legato al carisma del Movimento “Pro Sanctitate” lo conosceva personalmente. Una volta avevo ministrato ad una sua Messa come cerimoniere e un’altra volta, già Sacerdote, scambiai con lui qualche parola al Santuario romano del Divino Amore, dove partecipavo ad una riunione congiunta della Conferenza episcopale Laziale e dei responsabili della pastorale giovanile delle singole diocesi della regione. Di questi primi incontri mi rimasero impressi la sua affabilità, al di fuori degli schemi dell’etichetta e un grande entusiasmo pastorale che promanava dalla sua omiletica e dai suoi interventi.
Quando il 9 luglio 1999, venne ufficializzata la notizia che Don Salvatore era stato nominato per esplicito desiderio di Giovanni Paolo II, vescovo di Frosinone – Veroli - Ferentino[9], il vescovo Mons. Cella, ebbe a confidare a me e a qualche altro “non me lo aspettavo… è davvero un grande vescovo…pastoralmente molto attivo…siamo stati davvero fortunati !”.
una sera di qualche settimana dopo ricevetti una telefonata in parrocchia: “Pronto don Sergio? Sono don Salvatore, vorrei incontrarti per conoscerti e vedere alcune cose della Pastorale giovanile diocesana…poi dobbiamo cominciare ad organizzare il mio ingresso in diocesi[10]. Vediamoci a Piglio a “Nuovi Orizzonti” alle 22 di domenica prossima”. Il linguaggio diretto, il luogo e l’orario dell’appuntamento mi fecero comprendere immediatamente che il nuovo vescovo era uno che avrebbe rivoluzionato in positivo la vita e lo stile pastorale della Diocesi. Quella Domenica sera lo trovai sul palco davanti ad una piazza stracolma di gente (specialmente giovani) che si spellava letteralmente le mani per applaudire il suo intervento a conclusione di un recital che i giovani della Comunità avevano allestito. Sceso dal palco mi salutò con un abbraccio. Sembrava che ci conoscessimo da sempre. Ci sedemmo e incominciammo a parlare….
E’ cominciata così una collaborazione fattiva ed una confidenza che è andata sempre più accrescendosi e che è terminata fisicamente alle 11,27 del 18 ottobre dello scorso anno quando regalandomi il suo ultimo sorriso terreno, don Salvatore è partito per il cielo.
Il privilegio di essergli stato accanto mi ha messo nella condizione di essere testimone diretto della vita del vescovo Salvatore, soprattutto degli ultimi mesi di sofferenza e di malattia. Tanti sono gli episodi che si accavallano nella memoria; Non li racconterò qui in maniera dettagliata, limitandomi a trarre da essi alcuni spunti paradigmatici.
Don Salvatore era innanzitutto una persona semplice. Pur essendo un vescovo importante disdegnava tutto ciò che sapeva di formale: dai titoli altisonanti[11] alla ricercatezza eccessiva degli abiti. Molti ricorderanno quando, pochi mesi dopo il suo arrivo a Frosinone, vendette la lussuosa macchina donatagli dalla Diocesi sabina per devolvere il ricavato ad una famiglia colpita da un incidente mortale sul lavoro. Per i suoi spostamenti acquistò di seconda mano una modesta Fiat “Ritmo” che guidava personalmente. Come non ricordare quando, durante le varie feste diocesane a “Prato di Campoli” girava da un crocchio all’altro di fedeli per salutare e “assaggiare” i vari pranzi… magari esibendo una simpatica T-shirt[12] o, nel 2007, coprendo con una bandana sulla fronte la ferita che si era procurata cadendo.
Senza abdicare al ruolo che gli derivava dalla missione episcopale, don Salvatore non ha mai rinunciato a quella humanitas romanesca, fatta “de core grosso” e di un pizzico di giocoso sarcasmo. La bontà non fu in lui una maschera, l’aveva dentro e la irradiava intorno a se, destando correnti di simpatia e desiderio di emulazione. Sul santino ricordo della sua Ordinazione sacerdotale aveva voluta stampato il testo di una preghiera del Grandmaison che chiedeva a Maria di conservargli “un cuore da fanciullo”. Credo che sia stato esaudito. Sapeva infatti essere allegro per le piccole cose ed organizzare simpatici scherzi. Puntualmente la mattina dell’epifania ho trovata appesa sulla mia porta la “calza” della Befana e puntualmente sono caduto nel tradizionale “pesce d’aprile” che sapientemente mi allestiva.
Don Salvatore era un uomo di grande sapienza. Possedeva una soda cultura teologica e una non comune conoscenza della psicologia e della letteratura che, nel corso degli anni e per l’esperienza pastorale, si erano sedimentata in una sapientia cordis che informava ogni suo discorso e ogni sua relazione. La sua omiletica era spontanea, ma non improvvisata, semplice ma mai banale o scontata, la sua conversazione profonda e pertinente. Ricordo con nostalgia le lunghe conversazioni di “confidenza d’anima” intercorse nel suo studio di lavoro o, negli ultimi mesi, nella sua stanza da letto.
Don Salvatore non si è mai risparmiato nel ministero sentendone forte la responsabilità. La sua agenda era fittissima di appuntamenti con persone di ogni genere. Per tutti trovava il tempo, per tutti aveva una parola buona a tutti voleva essere paternamente accanto. Ricordo il 1 maggio di qualche anno fa: don Salvatore non stava bene (aveva un forte dolore al ginocchio) , volle comunque presiedere la S. Messa pontificale e partecipare alla grande processione in onore del Santo martire Ambrogio, patrono della Diocesi. Durante il tragitto notò alcuni ragazzi che con atteggiamento di sufficienza guardavano lo sfilare della processione. Si staccò dalla processione e parlottò un po’ con loro. Tornato vicino a me mi comunicò “questa sera alle nove abbiamo un appuntamento qui con quei ragazzi…portiamo con noi anche i seminaristi di Nuovi Orizzonti”. Terminata la processione alle 13 (dopo avermi chiesto una iniezione antidolorifica) andammo a Roma, nella Parrocchia di S. Frumenzio per una celebrazione con la Pro Sanctitate. Puntualmente alle 21 eravamo a Ferentino alle “scale di Vascello” a incontrare quei giovani della mattinata ai quali ben presto si aggiunsero tantissimi altri. Seduto su un muretto parlò con loro per oltre un ora di Vangelo, di valori, di fede. Tornati in episcopio stanchissimi ma felici…e affamati, don Salvatore mi disse: “facciamo così: io cucino[13] e tu lavi i piatti” …preparò una succulenta spaghettata “aglio olio e peperoncino” molto apprezzata anche dagli altri sacerdoti che vivevano in casa con noi. Mentre, verso la mezzanotte, lo aiutavo a mettersi a letto, notai che il ginocchio era diventato una boccia gonfia e dolorante mentre gli occhi brillavano di gioiosa soddisfazione.
Oltre ai dolori fisici che lo hanno davvero “crocifisso”, non gli sono mancate negli ultimi mesi prove spirituali fortissime: delusioni, tradimenti, complotti ben orchestrati anche da persone a cui per ministero e per scelta aveva accordato fiducia e affetto. Teneva queste cose serbate nel segreto della sua anima e solo di alcune ne faceva cenno per sommi capi chiedendo il sostegno della preghiera.
Ha vissuto la sua malattia come un impegno pastorale, consapevole, nello spirito dell’ “in manus tuas”, che soffrire e offrire per la Chiesa e per il mondo era più utile che animare un incontro o visitare una parrocchia. Più volte ho detto a don Salvatore che con la sua sofferenza offerta e la sua preghiera, stava scrivendo la sua più bella e impegnativa lettera pastorale.
La morte di don Salvatore è stata per me un lutto che, confesso, non ho ancora completamente metabolizzato anche se mi sforzo di non darlo a vedere. Al di là dei condizionamenti psicologici, in molte occasioni ho percepito la sua misteriosa presenza accanto. Una notte, qualche settimana dopo la sua morte, assalito dalla nostalgia stavo piangendo nella mia stanza. Ero sveglio e pienamente cosciente quando ho sentito chiara la voce di don Salvatore che con tono bonario ma deciso diceva “ Scemo…ma la vuoi smettere !”
Del privilegio di aver condiviso con lui un tratto importante della mia vita e della vicinanza affettuosa che continua al di là della morte non posso che dire con lui e per lui “Grazie papà”
Don Sergio Antonio Reali
Già Segretario personale di Mons. Boccaccio
[1] Fondatrice dell’associazione “Nuovi Orizzonti”,
[2] di queste esperienze altri più esaurientemente di me potranno dire.
[3] Per sua esplicita richiesta, il crocefisso della professione gli è stato posto tra le mani dopo la morte e lo ha seguito nel sepolcro.
[4] non trovo espressione semanticamente migliore per esprimere il concetto biblico di raqamim (amore che scaturisce dal grembo materno)
[5] Cfr. intervento del Card. A.Vallini, durante la messa esequiale di Mons. Boccaccio.
[6] “un vescovo, una città” Intervento al Convegno ACLI di Urbino 1993
[7] Volle affidare a laici ben preparati e motivati, alcuni settori della pastorale diocesana (pastorale giovanile, pastorale familiare, pastorale sociale) e la responsabilità di alcuni importanti Uffici di Curia (Ufficio Scuola, Ufficio Beni culturali,)
[8] “un vescovo, una città” Intervento al Convegno ACLI di Urbino 1993
[9] Raccontava a questo proposito un simpatico aneddoto. Nei primi giorni di luglio del 1999, durante la consacrazione della nuova Chiesa Santuario del Divino Amore a Roma, nella sacrestia, davanti alla maggior parte dell’episcopato laziale, il papa Giovanni Paolo II chiamò accanto a sé Mons. Boccaccio dicendo ad alta voce “ Ma allora Don Salvatore, ci vai o no vescovo a Frosinone ?”, imbarazzatissimo don Salvatore rispose “ Santità, mi dicono che Lei ci tiene tanto !” “Si è vero. Ci tengo tanto! Và a Frosinone…è importante”
[10] All’epoca ricoprivo l’incarico di Cerimoniere diocesano
[11] digeriva malvolentieri il titolo di Eccellenza, preferendo il più confidenziale don
[12] Ne ricordo una simpaticissima che portava stampato sul davanti: “vieni anche tu a lavorare nella vigna del Signore” e sul retro “ la paga è poca ma la pensione è roba dell’altro mondo !”
[13] Don Salvatore era anche un ottimo cuoco !



