La discesa agli inferi del Signore

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Ho sempre desiderato nella mia vita di battezzato, di prete e di vescovo, vivere completamente abbandonato alla volontà di Dio, come un bambino fiducioso tra le braccia del suo papà.
E’ stato ed è lo sforzo di tutta la mia esistenza.
L’esperienza di questi giorni di malattia e di forzato silenzio, mi ha fatto sperimentare con forza quanto costi questo abbandonarsi e, allo stesso tempo, la gioia e la serenità che esso porta inevitabilmente con se.
Il Signore Gesù mi ha concesso di vivere in questi ultimi mesi, l’esperienza di una via crucis analoga alla sua, dove ho sperimentato il mistero racchiuso in ognuna delle tradizionali stazioni.
Tra le tante esperienze voglio confidarvene una…

Mi ha sempre commosso l’asserto, contenuto nel cosiddetto “simbolo degli apostoli”, dove affermiamo con fede che il Signore  Gesù Cristo, Figlio unigenito ed eterno del Padre “…patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifìsso, morì e fu sepolto;  discese agli inferi…”
“Discese agli inferi”, cioè si è fatto  solidale fino in fondo con l’umanità al punto da scendere a svegliare “coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi” (Cfr. Ufficio delle Letture del Sabato Santo).
Per poter compiere questa liberazione, Gesù ha dovuto comunque provare l’esperienza terribile della morte. Ha dovuto sentire il dramma della lontananza dal Padre gridando dalla croce il suo sentirsi abbandonato ma, allo stesso tempo ha riaffermato nel suo ultimo respiro il suo abbandonarsi al Padre.
Conseguenza di questo atteggiamento di dolore - amore: la Resurrezione e la liberazione di quanti, vivi e defunti, “erano nelle tenebre e nell’ombra della morte”.

In questi giorni ho compreso meglio come  la discesa agli inferi del Signore non è solo un episodio passato, cristallizzato in quelle irraggiungibili ore di duemila anni fa. E’ invece un’esperienza che possiamo ripetere oggi, scendendo con Gesù negli inferi di chi vive in uno stato di morte dell’anima, per portargli la gioia della risurrezione. Ho però compreso e vissuto che questo comporta fare la sua stessa esperienza: “morire”, se non fisicamente, almeno nell’animo, “abbandonarsi” per sentire, in un silenzio terribile che sa di nulla il grido consolante "Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà.”.  Nella logica di Dio, sperimentare in prima persona  questo: scendere agli inferi e risalire accende il desiderio di essere noi stessi per i fratelli strumenti di questa liberazione nel modo e nelle circostanze che il Padre ci chiede.
…Anche per tutto questo ripeto ancora “in manus tuas !… “Grazie papà !”